RIDRACOLI tra Acqua, Cielo e Terra

Riprendiamo i nostri “Viaggi di fantasia tra antiche parrocchie perdute” e questa volta vi porteremo a Ridracoli.
Si tratta della parrocchia più distante dal capoluogo del Comune di Bagno di Romagna ed un tempo anche tra le più popolose (nel 1913 vi si contavano ben 326 abitanti).
Ieri come oggi Ridracoli deve la sua fama all’acqua: per la maggior parte della gente, Ridracoli è sinonimo di diga e del suo grosso lago artificiale che dispensa acqua a buona parte della Romagna.
L’origine del nome pare derivi dal latino “Rivus Oracolorum” (Rio degli oracoli) in riferimento ad un tempio lungo il corso del fiume.
Assieme all’amico Marco, compagno di tanti sopralluoghi, ci diamo appuntamento di buon mattino a Santa Sofia per poi proseguire assieme in macchina fino a quello che era il centro di questa antica parrocchia.
Parcheggiamo nel piazzale antistante la chiesa di San Martino dove, con cadenza annuale fino ai primi anni ’50, si teneva la “Fiera del Biracchio”: una sorta di mercato di bovini. Alle nostre spalle, pericolante, è sita la piccola scuola pluriclasse costruita nei primi anni ’60.
Scendiamo la scalinata e ci troviamo davanti ad un bellissimo edificio imponente: si tratta del Palazzo Giovannetti (l’abitazione dei “ricconi” della parrocchia), convertita oggi a ristorante.
Sulla sinistra un bellissimo ponte ad arco supera il Bidente: la sua costruzione risale ai primi del 1800; l’edificio attiguo era la locanda, detta “Osteria del Terrore” (nome quanto mai evocativo! Mi fermo a pensare alle sbornie mastodontiche che si saranno fatte lì dentro e vorrei rinverdire quei fasti… tiro fuori la bottiglia di vino ma Marco (il maestro salutista!) mi ferma dicendo che sono solo le nove di mattina… seguo il consiglio ed iniziamo a salire.
Superiamo quello che a mio modesto giudizio appare un ecomostro (chiamato ecomuseo) e ci incamminiamo lungo il sentiero natura.
Un bell’ albero di gelso ci preannuncia il primo rudere della giornata: le Galvane (casa abbandonata alla fine degli anni ’50). Alcuni ciliegi selvatici mi suggeriscono una pausa e questa volta anche Marco, seppur controvoglia, è costretto a fermarsi assecondando le mie voglie mangerecce.
Si sale ed il sentiero si fa più aperto, sotto di noi vediamo il Bidente scorrere placido e l’asfaltata con il parcheggio e la biglietteria. In breve arriviamo anche noi alla strada in prossimità di una fontanella con tavolo e panche.
Questa volta il vino lo tiro fuori e Marco mi porge i suoi famosi e famigerati biscotti “fatti in casa” secondo l’antica ricetta che neanche sotto tortura passerebbe a qualcuno.
Camminiamo in salita lungo l’asfaltata, il tratto di stradone è reso meno noioso dai bei panorami che si aprono alla nostra sinistra. Entriamo in un tunnel buio dove le nostre voci fanno eco e come due bambini ci divertiamo urlando parole senza senso solo per il gusto di ascoltare il boato di ritorno del suono.
Appena la galleria finisce la diga ci appare in tutta la sua imponenza; ci fermiamo ad ammirarla promettendoci di tornare alla prima tracimazione possibile.
Alcuni turisti sono già sul posto e questo ci dà l’orticaria… Li lasciamo immediatamente svicolando su di un sentiero di destra che, superato un cancello, si inoltra nel bosco.
La vecchia staccionata in legno che delimitava il sentiero è in pessime condizioni ed in parte è crollata. In poco tempo arriviamo ad una delle case più affascinanti che abbia mai visto: le Celluzze, la casa (abbandonata negli anni ’50) emerge dalle acque dell’invaso in secca per immergervisi nuovamente al crescere delle stesse.
Superiamo il canale di gronda che immette nella diga le acque di un altro ramo del Bidente ed arriviamo ad una bella terrazza panoramica. Costeggiamo il lago ed eccoci arrivati al primo affluente che si getta nelle acque dell’invaso con una bella cascata: è il fosso del Molinuzzo. Inizio a risalire il fosso mentre Marco (il tecnologico!) smanetta con il suo gps (io vado di cartina che non mi tradisce mai!).
Questo tratto di percorso è magnifico, guadiamo il fosso più volte fino a raggiungere i pochi resti del mulino. Nel frattempo abbiamo svalicato nella parrocchia di San Paolo in Alpe ed iniziamo a salire a sinistra (prendendo il sentiero di destra arriveremmo al Ridondone, mentre proseguendo incontreremmo le Casette).
Uno strappetto, breve in lunghezza ma alquanto ripido, ci porta ai resti della Poderina. Giriamo attorno alla casa per cercare di farci un’idea di come fosse. Un particolare coglie la mia attenzione: la piccola porta di legno verniciata di verde. Mi fermo a ricordare le storie raccontatemi da Giuseppe Rossi della Seghettina dei balli che qui si tenevano e mi perdo nei mei pensieri. Cerco di immaginarmi gli ultimi abitanti di questa casa che se ne andarono nei primissimi anni ’60 per chissà dove, il loro lasciarsi alle spalle tutto per un futuro che sognavano e che mi auguro possa loro aver riservato tante gioie, o perlomeno minori privazioni di quelle dalle quali “fuggivano”. Chissà se si saranno resi conto di essere tra gli ultimi attori di un mondo sul quale la storia stava calando il sipario e nel caso affermativo quali sentimenti questo pensiero suscitò in loro? (Quando torneremo qui assieme vi racconterò alcune storie riguardanti questo podere…)
Marco nel frattempo ha aperto un varco nella spinaia e mi invita a seguirlo. Un vecchio castagneto ci accompagna fino all’arido crinale panoramico del Poggio della Gallona. Tra i pini si intravedono le acque dell’invaso mentre i rovi ricoprono i pochi resti di una casa: Pratovecchio.
Da qui si scende lungo un’esile traccia che, superato un piccolo rimboschimento, si addentra in un magnifico bosco di querce per poi perdersi in un groviglio di ginestre e ginepri.
Con forbici e machete riusciamo a farci largo tra questi, sbucando lungo una pista forestale. Davanti a noi i resti di una casa: si tratta dell’Ammannatoia, “una delle proprietà dell’Opera del Duomo di Firenze”(cit.1), documentata dalla metà del 1500.
Il sole è alto e la pancia brontola. Ci sediamo nello spiazzo antistante la casa e pranziamo allegramente, accompagnando il tutto con una bella bottiglia di rosso.
Riprendiamo a camminare lungo l’ampia strada fino ad un bivio che prendiamo a sinistra; un ponte di legno supera il fosso della Sega lungo le cui sponde abbondano i farfaracci, alcuni davvero grandi!
Passato il ponte, il sentiero sale decisamente; affrontiamo lo strappo abbastanza “ignorante” che termina d’innanzi ad una bella casa ristrutturata. Siamo giunti alla Seghettina (il borgo era formato da due gruppi: Seghettina di Sotto e Seghettina di Sopra). Come ricordato in precedenza, ho avuto la fortuna di intervistare Giuseppe la cui famiglia fu l’ultima a lasciare il podere attorno alla metà degli anni ’60. Essendo la parrocchia di Ridracoli spalmata su di un ampio territorio, qui alla Seghettina dal dopoguerra all’esodo, fu attiva una seconda scuola pluriclasse che accoglieva anche bambini di alcune case della Parrocchia di San Paolo.
Alla fonte riempiamo le borracce, ringraziando chi si occupa della sua sistemazione tenendola attiva. Ci fermiamo qualche istante alla Seghettina di Sopra a leggere l’interessante lapide che ricorda il sacrificio della popolazione locale durante l’ultima guerra nel nascondere gli ufficiali alleati in fuga dopo l’ 8 Settembre. (Quando potremo tornarci parleremo della Resistenza in questi luoghi).
Il bosco si fa mano a mano che avanziamo più buio, iniziamo ad incontrare faggi ed abeti bianchi mentre superiamo in successione i magnifici fossi degli Altari e della Lama. Immergere i piedi nelle fresche acque vi assicuro essere un vero toccasana. Il sentiero segue il fosso alcuni metri più in alto; ad un certo punto la corrente si fa meno forte per poi arrestarsi del tutto, siamo tornati nuovamente al lago!
Ci fermiamo a riposare in una piccola spiaggetta dove attraccano i battelli dei turisti pasteggiando con grappa e cioccolata (almeno io! Marco, il solito salutista, si mangia la banana…).
Superiamo il fosso del Carpinone (ricordate la camminata a Casanova dell’Alpe? [per chi se la fosse persa: https://www.itrekkabbestia.it/prova-prova-2-2-2-2-2-2-2-2/] Esatto, si tratta dello stesso fosso) e saliamo lungo il sentiero CAI 235 che, superati tratti galestrati panoramici ed altri rimboschiti, giunge al Casone (siamo nella Parrocchia di Casanova; della casa, un tempo molto grande come si evince dal nome, rimangono pochi ruderi).
Saliamo ancora, prima su sentiero CAI, poi su traccia infrascata fin sulla vetta del monte Cerviaia. Da qui scendiamo lungo un ripido crinaletto secondario che ci conduce all’ennesimo fosso della giornata. Marco continua a controllare il suo gps e non pare troppo convinto… ma io ho la mappa e so di non essermi sbagliato!
Risaliamo a naso l’altra sponda… la fortuna ci assiste, siamo infatti dove avremmo voluto essere, ovvero presso il rudere delle Farniole di Sotto, lungo il sentiero CAI 231 che scende da Casanova.
Lo imbocchiamo sulla sinistra in discesa per circa un chilometro raggiungendo i Tagli (ultimo rudere della giornata, la casa fu abbandonata nel corso degli anni ’50).
Il sentiero continua a scendere facendosi più largo e meno impervio, segno che non manca molto.
Superiamo le case restaurate delle Caselle e della Garfagnana ed in breve siamo nuovamente alla chiesa di San Martino. La sera inizia a farsi avanti e la luce si fa fioca…imbocchiamo la strada sul retro della chiesa che, superato il fiume, conduce al cimitero di Ridracoli. Mi suscita una gran rabbia vedere come venga lasciato crollare ed il disinteresse da parte delle istituzioni.
Dallo zaino estraggo qualche candela che porto sempre con me in caso di emergenza e le dispongo su alcune tombe; Marco, con un piccolo movimento del capo, pare assentire al mio operato.
Salutiamo così il popolo di Ridracoli, non prima però di dare un’ultima occhiata al magnifico ponte sul Bidente illuminato dalla Luna, e partiamo alla volta di Santa Sofia discutendo con enfasi su dove fermarci a cena!

NOTE:
1. Claudio Bignami (a cura di) : “Il popolo di Ridracoli” 1995

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