Il Popolo perduto dell’ alpe di Casanova

Questa settimana vi porteremo a conoscere la parrocchia di Casanova dell’Alpe; si tratta della “frazione più elevata del Comune di Bagno di Romagna” (cit.1) sita a circa 1000 metri di quota, sul crinale che divide il Bidente di Pietrapazza da quello di Ridracoli.

Oltre ad essere la più in quota, la parrocchia di Casanova è anche la più recente (fu costituita “solo” nel 1784); gli alpigiani vivevano di pastorizia e di lavori legati al bosco (ricordiamo la vicinanza della Foresta della Lama, della quale Casanova costituisce la porta d’ingresso).

La sua posizione a cavaliere tra due vallate ne rendeva ostico l’accesso, garantito solamente da una ramificata rete di mulattiere. Il collegamento più diretto era con la Toscana, grazie alla sterrata che dal Cancellino conduceva fino al Romiceto (podere distante meno di due chilometri dalla Chiesa).

La strada che prenderemo noi quest’oggi e che dalla zona della Bottega (Strabatenza) sale fino a Casanova fu ultimata solo negli anni ’70, quando ormai lassù sull’Alpe non abitava più nessuno.

Con Silvia partiamo alla buonora, decisi a compiere un largo anello escursionistico, capace di abbracciare buona parte di questa affascinante parrocchia fantasma.

Parcheggiamo la macchina ed iniziamo a scendere lungo il sentiero CAI 211 in una bella mattinata di sole (ligi al detto “Aprile non ti scoprire” abbiamo comunque infilato negli zaini, oltre al vino, anche una giacca che ci tornerà utile in seguito).

Ci fermiamo a riempire la borraccia alla fonte ed in breve raggiungiamo il primo rudere della giornata: le Fiurle (podere documentato dalla metà del 1500, abbandonato nel 1969); benché rimanga poco della casa, si intuisce la grandezza della stessa (a conferma di questo possiamo osservare la bella foto presa dal sito del Parco Nazionale).

Qui lasciamo il sentiero segnato ed iniziamo a scendere attraverso rimboschimenti fino al fosso dove incontriamo i resti di un altro podere della parrocchia: la Galluzza, dove un corniolo in fiore annuncia la primavera entrante.

Da qui si sale lungo l’ antico sentiero che in breve sbuca su di un poggetto panoramico… a riprova che la toponomastica non è mai casuale, incontriamo  il rudere del Poggiolo (bella casa, abbandonata negli anni ’60). Il posto merita una pausa: Silvia, sempre affamata, si concede uno spuntino…io opto per il vino.

La traccia si fa incerta, nascosta da ginepri e rovi che rendono difficile l’orientamento… ma I Trekkabbestia non si faranno certo intimorire da questo e, estratto il machete, il sentiero lo si ritrova in breve tempo.

Coperto da rampicanti e ginepri, adagiato in mezzo ad una zona priva di alberi, riconosciamo i pochi resti di un’abitazione: si tratta di Ca’ dei Santoni, a mio avviso una delle case più impossibili del giro odierno. Nel mio lavoro di ricerca per conto dell’Ente Parco, ho avuto la fortuna di intervistare Mauro, la cui famiglia fu l’ultima ad abitare il podere (abbandonato nella prima metà degli anni ’50). Appena vi torneremo assieme vi racconterò alcuni curiosi aneddoti.

Siamo ormai arrivati sulla vetta del Monte dei Roncacci e questo tratto di sentiero è in comune con la camminata di Pietrapazza della scorsa settimana, anche se nella direzione di marcia opposta. Raggiungiamo la Siepe dell’Orso (il toponimo è chiaro ed affascinante; la casa è stata restaurata e, se ci fossero miliardari che stanno leggendo il racconto, sappiate che è in vendita!), il sole è alto e la pancia reclama…

Decidiamo di fermarci e di imbandire un bel pranzetto, dai nostri zaini escono tante buone cosine…ed il vino non manca. La zona è magnifica, ampi panorami sulla valle di Pietrapazza ed oltre, fino al confine toscano; tuttavia il giro è ancora lungo e decidiamo di proseguire.

Superiamo un’altra casa restaurata (il Paretaio: l’ultimo abitante mi ha raccontato di un parto incredibile sotto la neve, fortunatamente dall’esito felice, che comunque ben testimonia le dure condizioni di vita in queste zone! La storia ve la racconterò appena sarà possibile tornarvi assieme). La carrozzabile prosegue fino ad un bivio che noi prendiamo a sinistra e che ci conduce al Romiceto (bella costruzione restaurata; nel campo dietro casa un branco di daini pascola serenamente).

Iniziamo a scendere lungo il fosso, in un ambiente naturale magnifico, circondati da una natura che lentamente si risveglia dal lungo letargo invernale. Quasi tutti gli alberi hanno gemmato ed il suolo è ricoperto da un tappeto di primule e di altri fiori.

Continuiamo la discesa ed in maniere crescente iniziamo a sentire un fragore provenire dal fondovalle; ci guardiamo sorridenti: la cascata del Carpinone è raggiunta!

Pochi minuti ci separano dal fosso dove un cumulo di massi testimonia l’esistenza di un mulino (chiamato del Carpinone/Carpanone), una bellissima cascata con relativa pozza conferiscono all’ambiente un che di magico. Una pausa è più che meritata e sbocciamo la seconda bottiglia della giornata.

Da qui si sale, attraversiamo un tratto franato e giungiamo ad una terrazza panoramica dove si ammira la valle; ancora pochi minuti ed eccoci alla strada forestale.

Inforchiamo la carrozzabile che ci conduce ad una fonte sulfurea (nelle mappe escursionistiche, editori pudichi l’hanno rinominata “Solforosa” ma il suo nome, tra l’altro per nulla volgare nella sua etimologia, era ben diverso… vi racconteremo la leggenda appena vi torneremo, non disperate!).

Per chiudere l’anello dovremmo prendere il CAI 235 in discesa, tuttavia, la Lama dista all’incirca un chilometro di comodo stradone e decidiamo di proseguire.

Arriviamo così ad uno degli ambienti a nostro avviso più belli del Parco Nazionale: il magnifico pianoro della Lama. I colori verdi sono al massimo dello splendore, la natura è entrata nella sua fase vegetativa ed i ruscelli, ingrossati dalle recenti piogge, sono in piena. La zona è un paradiso per gli anfibi, ma anche per gli escursionisti non è da meno! Visitiamo i patriarchi arborei in fondo al pratone e ci divertiamo ad immergerci nell’ontaneta allagata.

Raggiungiamo il grazioso bivacco Tigliè ed accendiamo il fuoco. La mente torna alle tante serate di molti anni fa quando con i fedeli amici e compagni di mille trekking (Claudio ed Andrea su tutti, ma anche gli altri!) si arrivava qui al termine di decine di chilometri, con zaini impossibili strapieni di cibarie sufficienti per un assedio, ma che noi divoravamo nel giro di poche ore.

Apriamo una bottiglia e brindiamo alla memoria dei tempi andati, con la promessa di rinverdirli il prima possibile.

Torniamo sui nostri passi seguendo una labile traccia che costeggia il fosso della Lama (l’affluente principale tra gli immissari dell’invaso di Ridracoli). Guadiamo il fiume più volte fino a ritrovare il sentiero CAI 235.

Incontriamo nuovamente il fosso del Carpinone che qui si getta nell’invaso; il ponte è crollato ma non sarà certo il guado a spaventarci, al successivo bivio rimaniamo sul 235 che inizia a salire.

Superato un tratto scoperto “galestrato” e panoramico arriviamo al Casone. Costruito ed appartenuto alla famiglia Fabbri (ho avuto la fortuna di intervistare due dei numerosissimi fratelli che qui abitavano) a detta di quanti ebbero la fortuna di vederlo era la più bella casa della zona!

Il rudere successivo è il Pratalino, qui ci fermiamo a riposare dopo la lunga salita ad osservare l’ultimo sole della giornata che proietta le nostre lunghe ombre sull’aia della casa.

Un bicchiere di rosso è d’obbligo…

Il sentiero si fa più largo ed agevole, ignoriamo la deviazione sulla sinistra diretta a Ridracoli e, superata la sbarra, raggiungiamo la strada sterrata proveniente da Strabatenza.

Prima di arrivare alle macchine, ci fermiamo presso il piccolo cimitero di campagna per porgere i nostri saluti a coloro che quassù riposano. Un omaggio particolare va agli eroi che in quel lontano e tragico Aprile 1944 qui persero la vita per la nostra libertà.

Le tenebre ormai avvolgono la valle ed entrambi siamo stanchi; ci sediamo ad ammirare il tramonto al riparo della tettoia della piccola scuola pluriclasse di Casanova, novelli studenti fuoricorso di un mondo che non esiste più.

NOTE:
1. Claudio Bignami (a cura di) : “Il popolo di Casanova dell’Alpe” 1994

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