Alla Festa di Pietrapazza

Quarto appuntamento con le nostre “camminate di fantasia tra antiche parrocchie fantasma”; questa domenica vi porteremo a scoprire quella che probabilmente consideriamo la nostra parrocchia preferita.
Pietrapazza: un nome che ha sempre suscitato in me un’attrazione ed una suggestione difficilmente spiegabili a parole. Fin da ragazzo ho associato a questa remota parrocchia del Comune di Bagno di Romagna un alone di mistero, a tratti di soprannaturale e magico, unito ad un senso di selvaggio ed inesplorato. Questo nucleo, incassato a ridosso della Giogana appenninica mi ha sempre chiamato a sé e resistervi mi è sempre stato impossibile.
Non si contano le escursioni che nel corso degli anni ho svolto in questo territorio, “attaccandolo” da ogni lato, seguendo tracce di sentiero appena percettibili alla ricerca di ruderi “impossibili” smarriti nell’oblio (mi vengono in mente case quali Campo alla Sega ed il Castagnaccio).
Pietrapazza, antico dominio dei Valbona, contava un gran numero di abitazioni sparpagliate per un territorio aspro e difficile. A differenza della limitrofa parrocchia di Strabatenza (escursione della settimana scorsa!) i suoi terreni non offrivano grandi rendite e la gente che qui viveva trovava nei lavori legati alla foresta e nella pastorizia le sue fonti di sussistenza.
L’esodo massiccio degli anni ’50 e ’60 ha svuotato questa (un tempo!) popolosa parrocchia ed oggi, grazie anche all’istituzione nei primi anni ’90 del Parco Nazionale, gli animali sono tornati ad essere i padroni indiscussi di una natura rigogliosa che gli alpigiani di un tempo cercarono di ammansire e controllare tramite ronchi, esboschi, coltivi, strade mulattiere…
Il silenzio regna sovrano sulla Valle 364 giorni all’anno… Vi è infatti un giorno (uno solo all’anno!) in cui la parrocchia si risveglia dal suo torpore e, novella fenice, rinasce dalle sue ceneri: si tratta della prima domenica di settembre, festa di Santa Eufemia alla quale è dedicata la chiesa di Pietrapazza. In questa giornata il suo popolo ritorna alla terra natia e festante rinverdisce gli antichi fasti di un mondo che non esiste più.
Quest’anno abbiamo deciso anche noi de “I Trekkabbestia” di prendere parte ai festeggiamenti, ma alla nostra maniera… Ovvero non arrivandoci comodamente in macchina, ma affrontando una lunga camminata che ci dia modo di conoscere buona parte della parrocchia, lungo antiche mulattiere alla ricerca dei tanti ruderi sparsi.
Partiamo alla buonora dal parcheggio del cimitero di San Piero in una mattinata fresca (l’autunno è ormai alle porte) con un meteo uggioso ed incerto. A Poggio alla Lastra ci fermiamo per incontrare i partecipanti dell’escursione e fare due chiacchiere pre-partenza.
Nell’attesa dei ritardatari, quasi come per magia… (questo è un gruppo di maghi!) dagli zaini iniziano ad uscire biscotti, liquori, caffè… Insomma, tutto il necessario volto ad imbastire una seconda colazione di tutto rispetto.
Partiamo in macchina verso Casanova dell’Alpe (vi porteremo a conoscere questa parrocchia la prossima settimana, non temete) e poco dopo parcheggiamo le auto.
Assieme a Silvia sintonizziamo le radioline e, ponendoci uno alla testa l’altra in coda al gruppo, iniziamo a camminare. Il nostro obiettivo è il Monte dei Roncacci, toponimo che a proposito di appoderamento non poteva essere più consono; avremo modo di qui a breve di scoprirne il perché.
Una traccia priva di segnaletica CAI, ai piedi di un grosso faggio, si inoltra in un giovane bosco misto di querce, carpini, ornielli, aceri ed alcune conifere di rimboschimento. In pochi minuti arriviamo ad un bel punto panoramico dove io e Silvia accorpiamo il gruppone (siamo proprio felici per il “tutto esaurito” odierno con ben 20 partecipanti!) e spieghiamo il giro, indicando i punti che andremo a toccare.
Il parlare, assieme al sole ormai alto e scevro di nubi, mette caldo…fortuna vuole che nel gruppo ci sia Mirko, trentino, con l’immancabile fiaschetta di grappa fatta in casa che mi porge con discrezione ed affetto! Iniziamo a scendere e, superati i pochissimi resti del Casone, incontriamo uno spiazzo con al centro i ruderi di Ca’ di Giorgio. Si riconosce il bel forno ed in una nicchia scavata nella parete si intravedono ancora i resti di alcune calzature. Mi stacco un po’ dal gruppo rumoroso e mi fermo a pensare alla famiglia Mariannini, che qui viveva fino ai primi anni ’60 prima di spostarsi nei dintorni di Santa Sofia. Ricordo l’intervista che feci ad uno dei fratelli Mariannini (non ricordo il nome!) ed alle storie di ordinaria fatica che mi raccontò e che sarò felice di condividere con voi appena potremo tornarvi assieme.
Si continua a scendere, incontrando in rapida successione i pochi resti di altre case: Ca’ dei Maestri, Petrella ed il mulino di Ca’ di Pasquino (“Ricordato nei primi documenti come Mulino delle Graticce, questo era uno dei tre mulini dell’antico comune di Poggio alla Lastra” (cit. 1)). Arrivati al Bidente, presso il mulino, ci fermiamo a mettere i piedi a mollo. La zona è amena e meriterebbe una pausa ben più lunga, una pozza fresca ci chiama a sé ed un tuffo ci starebbe proprio… Tuttavia il tempo corre, la festa è già iniziata e non ci aspetterebbe… Rimandiamo, sebben a malincuore, il bagno; tuttavia il sufficiente tempo per aprire una bottiglia di rosso ed assaggiare qualche tarallo di Pamela lo troviamo… e va beh, anche per il salame che Marco ha iniziato ad affettare. Dal fiume non possiamo che salire, la traccia si fa labile ed incerta, ma seguendola eccoci in pochi minuti presso la terrazza panoramica dove sorgeva Ca’ del Conte (qui “fino al 1921 vi era allogata la scuola” (cit. 2) pluriclasse della parrocchia). Della casa, abbandonata negli anni ’50, rimane poco. Facendoci largo tra i ginepri, riguadagniamo il Bidente nei pressi di un bel ponte in muratura. Un altro edificio, sommerso dalle edere, si intravede sulla sponda sinistra: è il piccolo Mulino di Ca’ del Conte dove, nel corso della prima metà del ‘900, fu attiva un’osteria… Un bicchiere di vino è qui dunque d’obbligo.
Sull’altra sponda incontriamo il piccolo cimitero (messo in sicurezza alcuni anni fa); dove entriamo a portare il nostro saluto a coloro che qui riposano. Cerco di leggere alcune lapidi consunte dagli anni e dalle intemperie, liberandole dalle erbe infestanti che le avvolgono. Penso a queste genti: alle loro fatiche, alle loro gioie, insomma alle loro vite. Sarò sicuramente limitato ma se avessi a disposizione una macchina del tempo, con un solo viaggio possibile, vorrei tornare qui, nell’immediato dopoguerra, prima dell’inizio dell’esodo. Il flusso dei miei pensieri viene distolto dal vociare e dagli schiamazzi che si fanno sempre più forti, provenienti da non troppo lontano e che annunciano il fatto che la festa di Pietrapazza sia già a buon punto.
Arriviamo così anche noi sul sagrato della chiesa di Santa Eufemia ed in un attimo siamo accolti dalla gente festante che ci si fa incontro ad offrirci mille squisitezze. Ovviamente non mi tiro indietro, invitando i ragazzi a fare altrettanto. Saltello da un tavolo all’altro, fermandomi a chiacchierare con le tante persone presenti: alcune le ho conosciute ed intervistate durante il mio progetto di ricerca al Parco Nazionale, altre mi vengono presentate e mi diverto ad intrattenermi con loro.
Veniamo coinvolti in “pericolosi” giri di dolci e liquori di ogni sorta ed i più disinvolti di noi prendono parte ai giochi organizzati mentre altri, con Silvia in testa, approfittano della pausa per rinfrescarsi presso la magnifica pozza lungo il fosso delle Graticce.
Vorrei fermare il tempo qui… Tuttavia il nostro percorso è solo a metà e ci attende la salita! Salutiamo e ringraziamo il “popolo di Pietrapazza” e, superato il ponte della Cantinaccia, rientriamo nel bosco.
Su di un successivo ponte di legno superiamo un ruscello in secca ed iniziamo la salita lungo l’arido ed impervio crinale del “Raggio del Finocchio” fino ad una maestà detta del Raggio. Da qui si gode una panoramica fantastica sulla Valle di Pietrapazza e sui monti circostanti; la salita è stata impegnativa ed una pausa ci vuole… Mirko mi guarda e, senza bisogno di parole, mi allunga la grappa… Federico non vuole essere da meno e mi fa assaggiare la sua!
Così ristorato riprendo a salire per giungere nei pressi di un’aia con al centro un rudere: si tratta della Cialdella (casa censita dalla prima metà del ‘500). Una bella panoramica ci permette di vedere in lontananza davanti a noi l’Eremo Novo, prossima nostra meta.
Il sentiero attraversa un tratto boscoso scendendo al ruscello, la natura rigogliosa che ci circonda è suggestiva oltremodo ed il grazioso ponte che supera il fosso è magnifico nella sua semplicità.
Siamo finalmente arrivati al podere dell’Eremo Novo: in origine insediamento Camaldolese appoderato nel corso del 1500 e ricostruito a metà dell’800 a seguito di una frana. La casa fu abitata dalla Famiglia Rossi fino ai primi anni ’60. (Ho avuto la fortuna di intervistare alcuni dei fratelli Rossi e quando torneremo assieme vi racconterò alcune curiosità che mi hanno confidato).
Come vi dicevo, la zona è incantevole e ci fermiamo più che volentieri: c’è chi si sdraia sull’erba (prima stendere sempre la giacca che le trombicule amano gli escursionisti!), chi si “butta” sui rovi in cerca di more e chi, come me, approfitta della fresca pozza per un tuffo refrigerante.
L’acqua, che eufemisticamente definirei fresca, mi tonifica ed eccomi pronto come non mai a guidare il gruppo verso l’infinito ed oltre!
Tanto per cambiare si sale… una fonte lungo il percorso dove possiamo riempire le borracce ci suggerisce una piccola deviazione ai ruderi della Bertesca (ultima casa della parrocchia ed essere abbandonata nell’ormai lontano 1970… Clorinda, ultima “inquilina” assieme al padre, l’abbiamo incontrata alla festa e ci ha detto di portare un saluto alla “sua Bertesca”… l’accontentiamo dedicandole una bella bottiglia di Sangiovese Riserva).
Oltrepassati i campi il sentiero entra in faggeta e si fa mano a mano più ombroso e chiuso, questo tratto è veramente bello ed il gruppo, vuoi per lo stupore, vuoi per la fatica, si fa silenzioso.
Pini neri ed abeti rossi appaiono d’improvviso dietro ad una curva secca e vogliono dire solo una cosa: rudere! In un piccolo cucuzzolo nascosto dai rimboschimenti e coperto dalle vitalbe incontriamo San Giavolo (nome a mio parere alquanto suggestivo…la fatica per arrivarvi mi fa venire in mente la possibile origine del nome!).
Proseguiamo su sentiero nascosto a mezza costa, superando un piccolo fosso (Fosso del Piano) ed iniziamo a salire fino ad una delle case a mio giudizio “più difficili” della parrocchia: il Castagnaccio; a suffragare i miei pensieri ci sono i documenti che testimoniano che “Per quel che riguarda la casa […] non era mai stata a capo di un podere ma una semplice abitazione di operai” (cit. 3). La casa fu abbandonata nei primissimi anni ’60 ed oggigiorno solo poche pietre ne testimoniano la presenza. Siamo ormai a ridosso del crinale ed il sole si è fatto meno “ossessivo… è il momento giusto per tirare fuori la ciambella e bere lo spumante.
Ormai manca poco per chiudere l’anello escursionistico: tuttavia il percorso ci riserva un’ultima casa della parrocchia: l’Abetaccia, anch’ essa abbandonata nei primi anni ’60 dalla famiglia Mariannini (ho avuto la fortuna di intervistare le tre sorelle che vi abitavano e che mi hanno raccontato numerosi aneddoti di come si viveva quassù). Vi arriviamo al termine di un’arida greppa, superata una frana e guadato il fosso del Rignone quasi in secca.
Siamo tornati sul crinale da dove eravamo partiti alcune ore prima; Silvia alla radio mi dice che anche i fotografi, scattate le ultime foto al tramonto, stanno arrivando. Il gruppo è riunito alle macchine ed anche Furiocane ed il feroce Gino (amici a quattro zampe compagni di tante escursioni) sono arrivati e paiono incredibilmente stanchi. Giulia ci rinfranca con il suo proverbiale vaso colmo di tanti cioccolatini ai quali attingiamo a piene mani prima di salutarci e ripartire. Mentre l’oscurità ed il silenzio vanno ammantando la parrocchia di Pietrapazza, un ultimo grido di Marcucciniana memoria rompe il silenzio della valle: si tratta di Simone, che in romagnolo stretto ci maledice per l’ennesimo strappetto della giornata!

NOTE:
1. Claudio Bignami ed Alessio Boattini : “La gente di Pietrapazza”, Monti editore, 2018
2. Cooperativa Culturale Re Medello : “Il popolo di Pietrapazza” , Tipografia Moderna F.lli Zauli 1989
3. Claudio Bignami ed Alessio Boattini : “La gente di Pietrapazza”, Monti editore, 2018

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