La Valle delle Petrose

Proseguiamo il nostro viaggio virtuale attraverso antiche parrocchie, spostandoci nell’abitato attiguo a quello attraversato durante il primo dei nostri viaggi (Rio Salso), ovvero Rio Petroso. Al pari di Rio Salso, la parrocchia di Rio Petroso, era una tra le meno popolose del Comune di Bagno di Romagna e fu tra le prime a subire l’esodo massiccio di popolazione finendo per essere, già all’inizio degli anni ’60, un insediamento praticamente fantasma. Ci diamo appuntamento al parcheggio del cimitero di San Piero per le 8.00 (in realtà, il vero punto di incontro è il Bar Italia dove Simonetta ci dà il buon giorno con un bel caffè corretto). Di qui partiamo con le auto, direzione Santa Sofia, e parcheggiamo nello spiazzo antistante il monumento ai martiri del Carnaio. Un saluto a questi innocenti qui trucidati dai nazisti e dai loro servi repubblichini in un lontano luglio del ’44 è d’obbligo, soprattutto in questo triste periodo storico dove il becero revisionismo rialza la testa e le fogne si sono aperte. Iniziamo a camminare sulla larga strada che si fa presto sterrata fino ad arrivare al Paretaio, ultima casa abitata della zona; ignoriamo l’invitante deviazione a sinistra che ci condurrebbe a Monte Piano, optando per il sentiero di destra che ci porta ad un bellissimo spiazzo panoramico. Davanti a noi possiamo osservare il caratteristico Monte Cuccolo ed ai suoi piedi buona parte della vallata di Rio Petroso. Fin da subito appare chiara l’asperità di questo territorio; il controcrinale galestrato su cui poggia Rio Petroso, ben delineato dal fosso della Val Cupa da una parte e da quello delle Petrose dall’altra, dà sfoggio del suo inconfondibile “aspetto lunare” fatto di marne esposte alla tramontana e modellate dalle intemperie e dai vari agenti atmosferici. Un paesaggio che a noi appare magnifico, ma che gli abitati di questi luoghi non potevano che reputare loro avverso ed inospitale, capace di poter offrire, nei migliori dei casi, spazi appena sufficienti ad una magra agricoltura volta all’autosostentamento. La gente viveva (o meglio sopravviveva) grazie all’allevamento ed a lavori legati al bosco; un’esistenza sicuramente non facile, fatta di rinunce e privazioni; non è difficile capire come lo sviluppo post bellico della nazione sia parso a queste genti come un’opportunità troppo ghiotta per riscattarsi ed in breve “la fuga” dalla terra natia sia stata inarrestabile. Tuttavia, benché arido ed inospitale, esistevano sul territorio ben due mulini (uno per ognuno dei due fossi principali prima citati), la popolazione pre-esodo superava sempre le cento anime (con un picco nel 1932) distribuita nei numerosi poderi sparsi. Il caldo di oggi ci ha suggerito di lasciare la fiaschetta di grappa a casa, optando per un più dissetante liquore alle erbe che assaggiamo prima di iniziare a scendere lungo un crinaletto tra marne erose e vetusti ginepri.
In breve raggiungiamo il primo rudere della lunga lista che ci attende: la Casetta; numerosi ailanti circondano i pochi resti della casa; si intuisce ancora la sua stazza non indifferente dalla grande facciata, davanti alla quale è posta la letamaia.
Proseguiamo a mezza costa lungo un sentiero appena percettibile, stando attenti a non seguire le tante tracce degli ungulati, per arrivare al rudere dei Prati (benchè il nome possa suggerire diversamente, non ho antenati in zona: una sorsata di liquore però la faccio ugualmente alla salute dell’omonimia!).
Dalla casa scendiamo verso il fosso che, data la scarsità d’acqua, guadiamo senza problemi ed in breve siamo ai pochi resti del Calcinaio; il rudere, al pari di molti altri poderi della zona, è documentato almeno dal XIV secolo, quando la fine del periodo feudale ed il successivo appoderamento toccò anche questa remota valle appenninica. Un tratto in salita ed eccoci finalmente a Buiolo, due grossi edifici testimoniano l’esistenza del podere, adagiato sul limitare di una delle poche zone abbastanza pianeggianti della zona. Possiamo immaginarlo come uno dei poderi più redditizi della zona…non a caso fu uno degli ultimissimi ad essere abbandonato. Ci fermiamo a riposare sotto la grossa quercia a mangiare qualche fico, preso dall’albero affianco, accompagnandoli con un po’ di liquore alle erbe.
Abbiamo incontrato nuovamente i segni bianco/rossi del CAI e li seguiamo affrontando uno degli strappi più impegnativi di oggi che in un chilometrino ci portano ai ruderi, nascosti da rovi e rampicanti, di Monte alle Vigne (la toponomastica probabilmente suggerisce l’antica vocazione di queste terre, benchè al moderno camminatore possa sembrare impossibile… la filossera era al tempo lungi dal venire!).
Qui il sentiero è esposto a nord e si fa più fresco; la presenza di alcuni timidi faggi ci suggerisce di rallentare il passo e di godere della frescura e del venticello che soffia.
Continuiamo a camminare fino ad un tratto aperto dove, nascosto dalla vegetazione, si intuisce una casa… siamo a Pian dei Cogi (Piangoce sulle mappe); proseguendo in quota arriveremmo a Rio Salso (ma ci siamo appena stati! Ricordate la scorsa camminata?) quindi scendiamo lungo il prato e, superato un modesto fosso contornato da bellissimi salici e pioppi, arriviamo ad un altro podere. Le ultime mappe escursionistiche riportano il nome Quadalto, tuttavia la contrazione dalla quale il nome deriva appare evidente (e ve la racconterò dal vivo quando potremo tornarvi assieme). Il sentiero si fa esposto con il sole alto sopra di noi che in “inizia a picchiare”…e la panza a brontolare…
Lasciamo così il sentiero segnato di cresta per una deviazione sulla destra che in breve ci porta a Vaiuccio. La casa è spettrale, con le mura perimetrali in buona parte ancora integre ma con i soffitti ed i solai crollati da tempo. Il camino della cucina appeso alla parete sospeso come per magia nel vuoto mi appare oltremodo affascinante; mi soffermo a pensare ai parchi pasti che avrà cucinato ed ai tanti legni freschi che avrà consumato, inondando la stanza di fumo nelle lunghe e tediose notti invernali, quando la numerosa famiglia Mosconi (ultimi abitanti) si radunava al completo sull’ aròla per ascoltare le storie del nonno. Penso a mio nonno ed a tutti i suoi racconti mentre affetto salame e stappo il vino.
Riparto in discesa verso il fosso e poi in salita, il sentiero compie un’ampia curva fino a scendere al fosso dove, incassato sotto un’alta rupe, è sito il piccolo Mulino delle Petrose (dai tanti nomignoli che gli sono stati affibbiati, e che vi racconteremo alla prima escursione, si capisce bene il fatto che non fosse il posto più ambito della zona. Per secoli fu l’unico mulino della comunità “dato all’incanto” per poi essere privatizzato alla fine del ‘700 a seguito dei decreti leopoldini). Come vi dicevo ho una passione speciale per i mulini (veri e propri cuori pulsanti di queste comunità). Una storia ambientata tra le due guerre (se ben ricordo) raccontatami da uno degli ultimi abitanti della valle, parla di una grande nevicata che bloccò la numerosa famiglia al mulino e del loro “miracoloso” salvataggio… appena torneremo assieme vi racconterò anche questa storia!
Saliamo risalendo l’altra sponda arrampicandoci lungo la greppa galestrata fino a recuperare la traccia che ci conduce alla Rocchetella. Ci fermiamo alcuni minuti sull’aia della casa per riposare, il caldo si fa sentire e il sudore non si placa. Andiamo avanti e superato un piccolo cancello (richiudete sempre!) incrociamo il sentiero CAI. Per chiudere l’anello dovremmo girare a destra ma il caldo ci consiglia un allungo ed inforchiamo quindi la sinistra. Una bella maestà (la cui costruzione è legata ad una delle tante storie di demoni e diavoli!) ci preannuncia il fantastico borgo di Ca’ Morelli. Qui merita fermarsi per ammiralo nella sua interezza… Un magnifico insediamento, costituito da più case che si affacciano sull’aia comune; dispiacere e rabbia nei confronti chi di dovere non ne ha impedito il crollo… per fortuna è rimasto un sorso di liquore che mi aiuta a distrarmi.
Pochi passi ancora ed eccoci al fiume! Un massiccio ponte di pietra con un alto arco lo supera, permettendo di arrivare nella strada bianca che proviene da Poggio alla Lastra. Nei fine settimana estivi la zona è molto frequentata dai tanti cittadini in fuga dalla caldana; fortunatamente non c’è anima viva ed un tuffo rinfrescante non ce lo cava nessuno. L’acqua fresca del Bidentino è un vero toccasana e vi indugiamo a lungo accompagnati dal coro delle numerosissime cicale.
Ritorniamo sui nostri passi, ma questa volta in salita…e che salita! Raggiungiamo i resti della Rocchetta, dopodichè lasciamo il sentiero ed in ripida tracci arriviamo alla maestà panoramica della Rocchetta (sistemata di recente con dubbio gusto, offre un panorama incredibile sulla nostra valle). Ci sediamo a riposare e tiriamo fuori dallo zaino vino e ciambella, che divoriamo in pochi bocconi (dicono che il caldo tolga la fame…mah, sinceramente a me la mette!)
Superato il monte delle Petrose (quando si dice la fantasia al potere: Rio Petroso, Mulino delle Petrose, Case Petrose, Fosso delle Petrose, Monte delle Petrose, Maestà delle Petrose…) il sentiero entra nel suo tratto più spettacolare: siamo nel tratto delle marne lunari! La visuale è superba e si avanza sotto il sole battente ignorando le deviazioni per i due mulini fino ad una grossa casa che preannuncia l’arrivo al centro della Parrocchia con la scuola e la chiesa di San Biagio. Il bel campanile a vela è crollato alcuni anni fa, tuttavia la chiesa è ancora affascinante con la bella nicchia pitturata di azzurro. In primavera, nella scarpata dietro alla chiesa, le giunchiglie in fiore fanno riaffiorare in me ricordi liceali legati alla poesia di Wordsworth. Mi stupisco da solo delle mie reminiscenze che si meriterebbero un bel sorso di qualcosa… cerca cerca nello zaino ma ho esaurito tutto, acqua a parte, e mi tocca accontentarmi di questa.
Il sentiero si è trasformato in una larga strada che in salita arriva al piccolo cimitero di Rio Petroso, costruito negli ultimi anni del 1800; penso alla fatica di quelli che accompagnavano fin quassù i propri defunti, ma era gente abituata alla fatica e sicuramente non era questo a spaventarli. Personalmente sono stanco, il sole è lontano e non picchia più come alcune ore prima. In breve raggiungo il punto panoramico da dove mi sono affacciato questa mattina ad inizio giro e mi riposo.
Sono proprio soddisfatto del mio trekking e spero lo siate anche voi! Mi perdonerete alcuni sconfinamenti nell’adiacente parrocchia di Poggio alla Lastra ma con questo caldo un tuffo ci stava proprio!

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